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Marchio “Alta qualità”. Contrari i consorzi di tutela Dop/Igp dell’olio

La rete dei consorzi di tutela delle denominazioni protette dell’olio extravergine italiano fa fronte comune: secondo tali organismi la proposta di un nuovo marchio generico “Alta Qualità” – che non fa riferimento a una specifica indicazione geografica – rischia di indebolire il valore e la distintività delle produzioni certificate DOP/IGP.
Le imprese aderenti ai consorzi sottolineano che l’identificativo DOP/IGP non è solo un’etichetta da apporre, bensì rappresenta la sintesi di territorio, cultivar locali, disciplinari di produzione, controlli e tutela del paesaggio. In questo contesto, la comparsa di un marchio “Alta Qualità” che non individua un’area precisa, né un disciplinare condiviso da un organismo di tutela, viene percepita come potenzialmente diluente della garanzia per il consumatore.

RAGIONI DEL DISSENSO

  • Le indicazioni geografiche (DOP, IGP) sono riconosciute e regolamentate a livello europeo: identificano un’area, disciplinari e controlli. Questo legame forte con il territorio è spesso segnalato come un fattore distintivo rispetto a produzioni massificate o con attributi generici.
  • Il nuovo marchio “Alta Qualità”, nella visione dei consorzi, potrebbe fungere da “ombrello generico” che sottrae visibilità e valore economico alle denominazioni geografiche, aggravando una situazione già complessa per la filiera olivicola italiana.
  • Inoltre, il timore diffuso è che venga favorito un modello produttivo più intensivo e standardizzato, simile a quello di alcuni grandi Paesi produttori (ad esempio la Spagna), a scapito della varietà, del paesaggio e delle cultivar autoctone.

IMPLICAZIONI PER  I PRODUTTORI 

Per i consorzi, la salvaguardia delle indicazioni geografiche è vitale non solo in termini di marketing, ma anche per garantire un’equa remunerazione degli olivicoltori, la valorizzazione del paesaggio agrario e la conservazione delle varietà locali. Come ha sottolineato un rappresentante della Fondazione Qualivita: «DOP/IGP non sono solo un marchio… dietro c’è molto di più» (tra cui modelli di impianto, tempistiche di raccolta, trasformazione progettata).

La diffusione di un marchio generico “Alta Qualità” comporterebbe il rischio di ridurre la differenziazione sul mercato, penalizzando chi ha investito nel rispetto degli standard dei disciplinari e nell’identità territoriale.
In uno scenario in cui solo circa il 5% della produzione olivicola nazionale appartiene a denominazioni DOP/IGP, secondo alcune analisi, lo spazio competitivo per questi segmenti di qualità è già limitato e va difeso con attenzione.

COME TUTELARE LE DENOMINAZIONI
I consorzi propongono un insieme di azioni:

  • Rafforzare i controlli e la tracciabilità, per aumentare la fiducia del consumatore e rendere più difficile la concorrenza sleale.
  • Diffondere in modo più incisivo la comunicazione del valore delle DOP/IGP, anche verso i canali della grande distribuzione e il consumatore finale.
  • Sviluppare politiche di sostegno (nazionali e comunitarie) che incentivino la certificazione, la qualità, il paesaggio olivicolo, la sostenibilità ambientale.
  • Contrastare la “ibridazione” del modello produttivo (verso super-intensiva, monocultivar) che rischia di uniformare l’offerta e ridurre la distintività territoriale.