Press ESC to close

Olio Tunisino segna + 56,7% di export nel 2026. L’Italia è il secondo paese importatore dalla Tunisia

Olio tunisino, esportazioni in crescita del 56,7%: l’Italia è il secondo mercato e il primo per il biologico

Negli ultimi 8 mesi la Tunisia ha esportato 352 mila tonnellate di olio d’oliva, generando ricavi vicini a 1,3 miliardi di euro. Ma oltre l’86% del prodotto continua a lasciare il Paese sfuso

La Tunisia rafforza la propria posizione nel mercato internazionale dell’olio d’oliva e diventa un interlocutore sempre più importante per l’industria olearia italiana, spagnola e statunitense.

Nei primi otto mesi della campagna olivicola 2025/2026, compresi tra novembre 2025 e la fine di giugno 2026, il Paese nordafricano ha esportato 352 mila tonnellate di olio d’oliva. Nello stesso periodo della campagna precedente le esportazioni si erano fermate a 224.600 tonnellate.

L’incremento è quindi pari al 56,7%.

Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale dell’agricoltura tunisino, Onagri, i ricavi hanno raggiunto 4,394 miliardi di dinari tunisini, equivalenti a circa 1,3 miliardi di euro, con una crescita del 45% rispetto ai 3,030 miliardi di dinari registrati un anno prima. 

Crescono più i quantitativi che il valore delle esportazioni

Un aspetto particolarmente significativo emerge dal confronto tra quantità e ricavi.

I volumi esportati sono aumentati del 56,7%, mentre il valore complessivo delle esportazioni è cresciuto del 45%. Ciò significa che l’espansione commerciale tunisina è stata trainata soprattutto dalla maggiore disponibilità di prodotto e non da un aumento proporzionale dei prezzi.

Il dato riflette un mercato internazionale nel quale le quotazioni risultano ancora inferiori ai livelli eccezionalmente elevati raggiunti durante le campagne caratterizzate da scarse produzioni mediterranee.

Nel solo mese di giugno 2026 il prezzo medio all’esportazione è comunque salito del 3,1% su base annua, passando da 13,26 a 13,68 dinari al chilogrammo, poco più di 4 euro al chilogrammo secondo il cambio applicato. Le quotazioni hanno oscillato tra 9,06 e 17,36 dinari al chilogrammo, in funzione della categoria e delle caratteristiche del prodotto.

Nei primi sei mesi della stessa campagna il prezzo medio risultava invece più basso rispetto all’anno precedente. Il successivo recupero osservato a giugno non modifica quindi il quadro generale: la crescita dei ricavi tunisini deriva principalmente dall’aumento delle quantità esportate. 

L’83,4% dell’olio esportato è dichiarato “extra vergine”

L’olio extravergine rappresenta l’83,4% dei volumi complessivamente esportati dalla Tunisia.

Questo dato dimostra che la crescita tunisina non riguarda soltanto oli appartenenti alle categorie commerciali inferiori. Il Paese dispone di una produzione significativa di extravergine e non sarebbe corretto associare automaticamente l’origine tunisina a una qualità scadente.

La questione centrale non è quindi stabilire se l’olio tunisino sia necessariamente buono o cattivo, ma verificare:

  • la categoria merceologica effettiva;
  • la qualità chimica e sensoriale;
  • la tracciabilità;
  • la corretta indicazione dell’origine;
  • il modo in cui il prodotto viene presentato al consumatore.

Un extravergine tunisino dichiarato correttamente può essere un prodotto legittimo e qualitativamente valido. Il problema nasce quando il consumatore confonde il Paese di imbottigliamento con il Paese di origine oppure non comprende chiaramente la provenienza della materia prima.

Oltre l’86% dell’olio parte ancora sfuso

Nonostante la crescita delle esportazioni, la filiera tunisina continua ad avere una capacità limitata di valorizzare direttamente il proprio olio attraverso il confezionamento e la commercializzazione con marchi nazionali.

L’86,3% delle quantità esportate lascia infatti la Tunisia allo stato sfuso. Il prodotto confezionato rappresenta soltanto il 13,7% dei volumi e il 18,2% dei ricavi complessivi.

La percentuale è rimasta praticamente invariata rispetto alla campagna precedente, quando il confezionato costituiva il 13,6% delle esportazioni.

Esportare sfuso permette alla Tunisia di collocare rapidamente grandi quantitativi sui mercati internazionali, ma lascia ai Paesi importatori una parte importante del valore aggiunto.

L’olio può infatti essere:

  • immagazzinato;
  • selezionato;
  • miscelato con oli di altre origini;
  • imbottigliato;
  • commercializzato;
  • eventualmente riesportato.

Sono soprattutto le industrie di confezionamento spagnole e italiane a svolgere queste operazioni, trattenendo il valore economico derivante dal marchio, dalla confezione, dalla distribuzione e dal rapporto diretto con il consumatore.

La principale sfida della Tunisia non consiste quindi soltanto nell’aumentare la produzione, ma nel passare da un modello fondato prevalentemente sulla vendita di materia prima sfusa a uno maggiormente orientato verso l’imbottigliamento all’origine.

Spagna primo acquirente, Italia al secondo posto

L’Unione europea assorbe il 56,8% delle esportazioni tunisine di olio d’oliva.

Seguono:

  • l’America settentrionale, con il 24,2%;
  • l’Asia, con l’11,3%;
  • l’Africa, con il 3,9%.

La Spagna è il principale mercato di destinazione, con il 32,4% dei quantitativi esportati.

L’Italia occupa il secondo posto con il 19,7%, mentre gli Stati Uniti seguono a brevissima distanza con il 19,4%.

Ciò significa che quasi una tonnellata su cinque tra quelle esportate dalla Tunisia arriva in Italia.

Questa presenza non deve sorprendere. L’Italia è contemporaneamente un grande produttore, consumatore, importatore, confezionatore ed esportatore di olio d’oliva. La produzione nazionale non è normalmente sufficiente a soddisfare nello stesso momento i consumi interni, il fabbisogno delle industrie e i quantitativi destinati alla riesportazione.

Le importazioni sono quindi una componente strutturale della filiera italiana, non un fenomeno esclusivamente occasionale.

Perché l’olio tunisino costa meno?

Il prezzo competitivo dell’olio tunisino non dipende da un solo fattore.

Incidono soprattutto:

  • i differenti costi della manodopera e delle attività agricole;
  • la maggiore concentrazione della produzione;
  • la forte disponibilità di prodotto nelle annate abbondanti;
  • l’elevatissima quota di esportazioni sfuse;
  • la necessità di collocare rapidamente grandi volumi;
  • modelli agricoli e commerciali diversi da quelli italiani.

Sul mercato italiano sono state segnalate partite di olio tunisino intorno a 3,50 euro al chilogrammo, un prezzo con il quale numerosi olivicoltori italiani sostengono di non poter competere senza scendere sotto i propri costi di produzione.

L’olio italiano incorpora frequentemente costi più elevati dovuti alla raccolta, alla manodopera, alla frammentazione delle aziende, alla presenza di terreni collinari o difficili da meccanizzare, alle rese irregolari, all’età degli oliveti e alle spese necessarie per rispettare gli standard produttivi e ambientali, non presenti in Tunisia.

Il confronto basato esclusivamente sul prezzo rischia quindi di mettere sullo stesso piano prodotti ottenuti attraverso sistemi agricoli e commerciali profondamente differenti.

L’Italia è il principale mercato per l’olio biologico tunisino

L’integrazione tra Italia e Tunisia risulta ancora più evidente nel comparto biologico.

Nei primi otto mesi della campagna 2025/2026 la Tunisia ha esportato 47.300 tonnellate di olio dichiarato biologico, generando ricavi per 622,4 milioni di dinari, pari a circa 185-190 milioni di euro a seconda del tasso di cambio applicato.

In questo segmento l’Italia è il primo mercato di destinazione e assorbe il 39% dei quantitativi esportati.

Seguono:

  • la Spagna con il 25%;
  • gli Stati Uniti con il 23%;
  • la Francia con l’8%.

Il prezzo medio dell’olio biologico tunisino è stato pari a 13,16 dinari al chilogrammo (3,90 €/kg). Il prodotto biologico sfuso ha registrato un prezzo medio di 12,94 dinari (3,84 €/kg), mentre quello confezionato ha raggiunto 16,57 dinari al chilogrammo (4,91 €/kg).

La differenza tra sfuso e confezionato dimostra concretamente quanto valore possa essere ottenuto attraverso l’imbottigliamento e la vendita diretta.

Nonostante ciò, soltanto il 6% dell’olio biologico tunisino viene esportato confezionato. Anche in un settore potenzialmente ad alto valore aggiunto, la Tunisia continua quindi a cedere all’estero la parte più redditizia della filiera. 

Il perfezionamento attivo e il ruolo dell’industria italiana

Per comprendere pienamente il rapporto tra olio tunisino e industria europea bisogna considerare anche il cosiddetto perfezionamento attivo.

Si tratta di un regime doganale che consente di importare nell’Unione europea merci provenienti da Paesi terzi, sottoporle a lavorazione o trasformazione e sospendere, a determinate condizioni, il pagamento dei dazi e delle imposte normalmente dovuti all’importazione.

Il prodotto lavorato può essere successivamente riesportato oppure immesso sul mercato nel rispetto delle regole applicabili.

Nel settore oleario, questo meccanismo può rendere conveniente l’importazione di olio sfuso destinato al confezionamento, alla miscelazione o alla trasformazione industriale.

Il ricorso a tale procedura non modifica però l’origine geografica della materia prima. Un olio prodotto in Tunisia non diventa italiano soltanto perché viene imbottigliato in Italia.

Imbottigliato in Italia non significa prodotto in Italia

Il luogo di confezionamento e l’origine dell’olio sono due informazioni differenti.

Un olio può essere imbottigliato da un’impresa italiana ma essere stato ottenuto da olive raccolte e molite in Tunisia. Può inoltre essere inserito in una miscela composta da oli provenienti da diversi Paesi dell’Unione europea o da Paesi extra UE.

Per questa ragione il consumatore deve leggere soprattutto l’indicazione dell’origine e non fermarsi al nome, alla sede o all’immagine italiana riportata sulla confezione.

Espressioni come:

  • “olio italiano”;
  • “miscela di oli di oliva originari dell’Unione europea”;
  • “miscela di oli di oliva non originari dell’Unione europea”;
  • “miscela di oli originari dell’Unione europea e non originari dell’Unione europea”;

forniscono informazioni molto diverse sulla provenienza effettiva del prodotto.

La trasparenza dell’etichetta è essenziale sia per consentire una scelta consapevole sia per tutelare le aziende che costruiscono il proprio valore sull’origine territoriale.

Il possibile vantaggio tunisino negli Stati Uniti

Un elemento nuovo riguarda il mercato statunitense, che già assorbe il 19,4% dell’olio tunisino ed è il principale sbocco extraeuropeo.

Secondo Agenzia Nova, il nuovo quadro tariffario americano potrebbe offrire alla Tunisia un vantaggio competitivo rispetto all’olio italiano e spagnolo.

La Tunisia non rientrerebbe infatti tra le economie colpite dai nuovi dazi aggiuntivi introdotti dagli Stati Uniti, pur restando soggetta alle normali aliquote doganali. L’olio proveniente dall’Unione europea sarebbe invece assoggettato a un’aliquota complessiva del 15%.

Se tale differenziale resterà in vigore, l’olio tunisino potrebbe diventare ancora più competitivo negli Stati Uniti rispetto ai prodotti provenienti dall’Italia e dalla Spagna. 

La Tunisia è già il terzo fornitore del mercato statunitense dopo Spagna e Italia. Il vantaggio tariffario potrebbe permetterle di aumentare ulteriormente la propria quota, soprattutto nel segmento del prodotto confezionato direttamente con marchi tunisini.

La parte relativa ai dazi deve comunque essere considerata alla luce dell’evoluzione delle decisioni commerciali statunitensi, che può modificarsi rapidamente.

Quali conseguenze per i produttori italiani?

La crescita tunisina produce effetti differenti sulle diverse componenti della filiera italiana.

Per le grandi imprese di confezionamento, la disponibilità di olio sfuso a prezzi competitivi consente di garantire continuità alle forniture, realizzare miscele e mantenere la presenza sui mercati internazionali.

Per gli olivicoltori italiani, invece, l’arrivo di grandi quantità di prodotto a basso prezzo può contribuire a esercitare una pressione al ribasso sulle quotazioni interne.

Il rischio è particolarmente forte quando il consumatore non riesce a distinguere chiaramente tra:

  • olio prodotto in Italia;
  • olio soltanto imbottigliato in Italia;
  • miscela comunitaria;
  • miscela comunitaria ed extra UE;
  • olio interamente proveniente da un Paese terzo.

Non sarebbe però corretto attribuire ogni diminuzione dei prezzi esclusivamente alle importazioni tunisine. Le quotazioni dipendono anche dalla produzione complessiva mediterranea, dalla disponibilità spagnola, dalle scorte, dalla domanda internazionale e dalle strategie commerciali dell’industria.

Resta il fatto che un aumento del 56,7% delle esportazioni tunisine costituisce un cambiamento rilevante nell’equilibrio del mercato.

Competere sull’identità, non soltanto sul prezzo

Per molte piccole e medie aziende italiane è impossibile competere con la Tunisia sul terreno dei grandi volumi e dei prezzi della materia prima sfusa.

La strategia deve quindi fondarsi sulla differenziazione attraverso:

  • origine italiana e territoriale certa;
  • tracciabilità completa;
  • cultivar autoctone;
  • raccolta e molitura documentate;
  • caratteristiche chimiche e sensoriali;
  • certificazioni biologiche, Dop o Igp;
  • rapporto diretto con il produttore;
  • qualità della confezione;
  • comunicazione trasparente.

Il mercato dell’olio appare sempre più diviso tra due modelli.

Da una parte vi è l’olio considerato principalmente una materia prima internazionale, acquistata sulla base del prezzo, della disponibilità e della continuità delle forniture.

Dall’altra vi è l’olio di territorio, riconoscibile per origine, cultivar, produttore, annata e profilo sensoriale.

Entrambi possono trovare spazio sul mercato, ma devono essere presentati senza ambiguità e senza indurre il consumatore a credere che il luogo di imbottigliamento coincida necessariamente con il luogo di produzione.

La Tunisia tra primato produttivo e ricerca del valore aggiunto

La campagna 2025/2026 conferma il ruolo centrale assunto dalla Tunisia nell’olivicoltura mediterranea.

L’aumento delle esportazioni, la forte presenza sui mercati italiano, spagnolo e statunitense e il peso crescente del biologico dimostrano che il Paese non può più essere considerato un produttore marginale.

La principale debolezza resta però la dipendenza dalle esportazioni sfuse.

Finché oltre l’86% dell’olio verrà venduto senza confezionamento all’origine, una parte significativa del valore finale continuerà a essere generata e trattenuta dalle industrie dei Paesi importatori.

Per l’Italia, la crescita tunisina rappresenta contemporaneamente:

  • una fonte strutturale di approvvigionamento;
  • un vantaggio per l’industria di confezionamento;
  • una pressione competitiva per gli olivicoltori;
  • una sfida sul mercato statunitense;
  • un ulteriore motivo per rafforzare la trasparenza sull’origine.

La risposta italiana non può consistere nella semplice contrapposizione tra olio nazionale e olio tunisino. Deve basarsi sulla capacità di distinguere chiaramente i prodotti, valorizzare le differenze e garantire al consumatore informazioni comprensibili sulla provenienza di ciò che acquista.

L’integrazione più rilevante è il dato secondo cui l’Italia assorbe il 39% dell’olio biologico tunisino esportato.

\n