
Puglia e Calabria chiedono al Governo il riconoscimento dello stato di crisi del comparto olivicolo-oleario. A poche settimane dall’avvio della campagna 2026/27, produttori, cooperative e frantoi denunciano prezzi fortemente compressi, difficoltà finanziarie e quantità ancora consistenti di olio extravergine della precedente campagna presenti nei depositi.
I numeri sono importanti. Ma proprio i numeri impongono qualche cautela.
Quanto olio italiano è realmente ancora invenduto? Le giacenze sono davvero ferme o stanno diminuendo? Perché l’Italia, Paese strutturalmente deficitario e grande importatore di olio, si trova con decine di migliaia di tonnellate di extravergine nazionale ancora nei serbatoi? E soprattutto: una dichiarazione di stato di crisi risolverebbe le cause del problema o ne attenuerebbe soltanto gli effetti finanziari?
Sono interrogativi che meritano di essere affrontati prima dell’inizio della nuova raccolta.
Puglia e Calabria chiedono lo stato di crisi
La questione è stata portata formalmente all’attenzione della Commissione Politiche Agricole della Conferenza delle Regioni già il 4 giugno, su iniziativa congiunta di Puglia e Calabria.
La Regione Puglia ha chiesto interventi per aumentare la liquidità delle aziende, facilitare l’accesso al credito, rafforzare tracciabilità e controlli e valutare strumenti di regolazione del mercato.
Tra le proposte figura anche il riconoscimento dello stato di crisi del comparto, che secondo la Regione consentirebbe alle aziende di rinegoziare più facilmente le esposizioni bancarie. È stata inoltre proposta l’anticipazione dei titoli PAC e l’attivazione di strumenti relativi allo stoccaggio previsti dalla normativa europea.
Ad agosto l’allarme è stato rilanciato da Confagricoltura, Unapol e Assofrantoi, secondo cui diversi frantoi si stanno avvicinando alla nuova campagna con depositi ancora pieni e difficoltà nell’accesso al credito. Le organizzazioni arrivano a sollevare un interrogativo particolarmente grave: per alcune aziende potrebbe non essere economicamente conveniente raccogliere le olive se non vi fosse certezza di collocare sul mercato il nuovo prodotto a prezzi remunerativi.
Ma quanta giacenza c’è realmente?
Qui è necessario distinguere attentamente i numeri.
Secondo i dati riferiti al 31 luglio 2026 del sistema ICQRF Frantoio Italia, nei depositi italiani risultavano complessivamente circa 233.377 tonnellate di oli di oliva.
Di queste, 185.373 tonnellate erano olio extravergine di oliva.
Ma soltanto 108.299 tonnellate erano extravergine di origine italiana.
Le altre giacenze EVO erano costituite da:
- 55.466 tonnellate di provenienza UE;
- 9.958 tonnellate extra UE;
- 11.650 tonnellate classificate come blend.
Il dato nazionale complessivo, dunque, non deve essere confuso con la quantità di olio extravergine italiano ancora disponibile.
E questa distinzione è fondamentale quando si parla di crisi dell’olio Made in Italy.
Puglia e Calabria: oltre 60 mila tonnellate, ma le fonti riportano numeri differenti
Una lettura dei dati ICQRF pubblicata ad agosto indica circa 51 mila tonnellate in Puglia e 14 mila in Calabria, quindi complessivamente circa 65 mila tonnellate, alle quali si aggiungono circa 8 mila tonnellate in Sicilia.
Altre elaborazioni dello stesso quadro ICQRF riportano invece valori superiori, indicando circa 64 mila tonnellate in Puglia e 16.800 in Calabria.
La differenza non è trascurabile.
Può dipendere dal perimetro preso in considerazione — tipologia di prodotto, origine, confezionato o sfuso, localizzazione degli operatori — ma evidenzia un problema che dovrebbe essere chiarito ogni volta che si parla pubblicamente di “olio invenduto”.
Una giacenza registrata in una regione non equivale necessariamente a olio prodotto in quella regione.
E soprattutto:
olio presente in deposito non significa automaticamente olio invendibile.
Una quota può essere destinata a contratti già conclusi, imbottigliamento, certificazioni, esportazioni o normale gestione delle scorte.
Le giacenze sono alte, ma stanno scendendo
C’è poi un altro elemento che merita attenzione.
Tra giugno e luglio le giacenze complessive di oli di oliva in Italia sono diminuite da circa 258.480 a 233.377 tonnellate, una riduzione di circa il 9,7% in un solo mese.
Anche l’extravergine italiano è diminuito sensibilmente: circa 13.300 tonnellate in meno nel corso del mese.
Secondo un’altra elaborazione dei dati ICQRF, proprio a luglio sarebbero state movimentate circa 13 mila tonnellate di extravergine italiano, rispetto alle circa 9 mila del mese precedente.
Questo apre il primo grande interrogativo.
Se le vendite aumentano e le giacenze diminuiscono, siamo realmente davanti a un mercato bloccato?
Le giacenze diminuiscono e ciò significa che una parte dell’olio sta effettivamente uscendo dai depositi. Quindi non possiamo dire che il mercato sia completamente fermo.
Il punto critico è a quale prezzo quell’olio riesce a essere venduto.
Da 7-8 euro a circa 4-5 euro al kg
Unapol ha indicato prezzi che nella precedente fase di mercato si collocavano nell’ordine dei 7-8 euro/kg, mentre oggi in alcune aree produttive le quotazioni sono scese verso 4-4,50 euro/kg.
Altre rilevazioni di mercato confermano valori sotto i 5 euro/kg in alcune delle principali aree produttive meridionali.
Quindi il problema potrebbe non essere semplicemente:
«L’olio italiano non si vende».
La domanda più corretta potrebbe essere:
«A quale prezzo si riesce oggi a vendere l’olio italiano?»
Sono due problemi completamente diversi.
Se il prodotto trova acquirenti soltanto abbassando drasticamente il prezzo, il mercato può continuare a funzionare dal punto di vista quantitativo mentre contemporaneamente entra in crisi dal punto di vista della redditività delle aziende agricole e dei frantoi.
Un paradosso: l’Italia ha bisogno di importare olio, ma quello italiano resta nei depositi
Ed eccoci all’interrogativo forse più interessante.
L’Italia non produce normalmente abbastanza olio per soddisfare contemporaneamente consumi interni, industria e capacità commerciale delle aziende italiane.
Importare olio è quindi una componente strutturale del nostro sistema oleario.
Eppure, al 31 luglio, accanto alle oltre 108 mila tonnellate di EVO italiano erano presenti nei depositi italiani oltre 65 mila tonnellate di extravergine comunitario ed extra comunitario, senza considerare i blend di comunitario ed extracomunitario.
Non c’è nulla di irregolare in questo.
Ma economicamente la domanda è inevitabile:
Perché l’industria acquista prodotto estero mentre una parte importante dell’extravergine italiano rimane nei serbatoi?
La risposta più immediata è il prezzo.
Un’impresa che deve produrre una miscela comunitaria o commercializzare un prodotto in una determinata fascia di prezzo acquista naturalmente la materia prima più adeguata al proprio modello commerciale.
E qui emerge un problema strutturale dell’olio italiano.
Se l’extravergine nazionale ha costi di produzione sensibilmente superiori rispetto a quello proveniente da altri Paesi, può realmente competere sullo stesso mercato esclusivamente attraverso il prezzo?
Probabilmente no.
Più controlli sulle importazioni possono risolvere la crisi?
Tra le richieste avanzate dal settore compare anche il rafforzamento dei controlli e della tracciabilità.
È assolutamente comprensibile e necessario garantire che:
- l’origine dichiarata sia corretta;
- un olio extra UE non venga presentato come italiano;
- la categoria merceologica dichiarata corrisponda al contenuto;
- non esistano adulterazioni o false indicazioni.
Bisogna sempre ricordare che:
Un’importazione regolare di olio spagnolo, tunisino, greco o di altra provenienza è perfettamente legittima.
Una falsa indicazione di origine è invece una frode.
Aumentare i controlli è quindi fondamentale per contrastare le irregolarità, ma non elimina la concorrenza dell’olio estero regolarmente commercializzato.
Se quest’ultimo arriva sul mercato a prezzi significativamente inferiori, il problema torna inevitabilmente alla competitività dell’extravergine italiano.
Stato di crisi: cosa risolverebbe realmente?
Il riconoscimento dello stato di crisi può essere importante soprattutto sotto il profilo finanziario.
Secondo la Regione Puglia potrebbe favorire la rinegoziazione delle esposizioni bancarie, mentre l’anticipazione dei titoli PAC potrebbe immettere rapidamente liquidità nelle aziende.
Sono strumenti che possono dare ossigeno ad aziende e frantoi.
Ma resta un interrogativo fondamentale:
La liquidità risolve il problema oppure permette soltanto di guadagnare tempo?
Se un frantoio ha acquistato olive a valori compatibili con un olio da 7-8 euro/kg e oggi può vendere quell’olio soltanto a 4-5 euro/kg, una moratoria bancaria può certamente alleggerire la pressione immediata.
Ma non elimina la perdita potenziale sul prodotto stoccato.
Il vero problema resta il valore di mercato.
E lo stoccaggio? Se i magazzini sono già pieni, perché incentivare altro stoccaggio?
La Puglia ha indicato tra gli strumenti da valutare anche le misure di stoccaggio previste dalla normativa europea.
Il meccanismo economico è comprensibile: ritirare temporaneamente prodotto dal mercato riduce l’offerta disponibile e può contribuire a sostenere i prezzi.
Ma anche qui occorre porsi una domanda.
Se il problema è l’accumulo di olio nei depositi, spostare nel tempo la commercializzazione risolve il disequilibrio oppure lo rinvia?
Lo stoccaggio può funzionare se nel frattempo:
- aumenta il consumo;
- crescono le esportazioni di olio extra vergine italiano 100%;
- diminuisce la produzione successiva;
- migliorano le condizioni di mercato.
Se nessuna di queste condizioni si verifica, il prodotto semplicemente ricompare sul mercato alcuni mesi dopo.
Un altro interrogativo: quanto è “anomalo” avere olio a luglio?
Il dato più forte è il confronto con lo scorso anno.
Le 108.299 tonnellate di extravergine italiano registrate a fine luglio risultano molto superiori rispetto allo stesso periodo del 2025; alcune elaborazioni dei dati ICQRF indicano un incremento nell’ordine del 140%.
È quindi evidente che esista un accumulo significativamente maggiore.
Ma sarebbe sbagliato considerare ogni litro presente il 31 luglio come prodotto che avrebbe già dovuto essere venduto.
Un sistema oleario nazionale ha fisiologicamente bisogno di scorte.
Per valutare correttamente la gravità della situazione servirebbe distinguere:
giacenza fisiologica
da
giacenza eccedentaria realmente senza sbocco commerciale.
È quest’ultimo dato che sarebbe particolarmente interessante conoscere.
La nuova raccolta rende però il problema urgente
Qualunque sia la lettura dei numeri, il calendario non aspetta.
Tra poche settimane inizieranno ad arrivare nei frantoi le olive della campagna 2026/27.
Un frantoio con serbatoi occupati ha un primo problema fisico: lo spazio.
Ma soprattutto ha un problema finanziario.
Per acquistare olive, trasformarle, stoccare l’olio e sostenere i costi della nuova campagna serve capitale circolante.
Se quello della campagna precedente è ancora immobilizzato nelle cisterne, la capacità di affrontare quella successiva diminuisce.
È forse questo, più del numero assoluto delle giacenze, il vero rischio della situazione attuale.
E se nei prossimi due mesi le scorte continuassero a diminuire?
Anche questo scenario merita di essere preso in considerazione.
A luglio le giacenze sono diminuite significativamente.
Se il ritmo di commercializzazione dovesse mantenersi elevato anche in agosto e settembre, la situazione all’inizio della nuova raccolta potrebbe essere molto diversa da quella fotografata al 31 luglio.
Per questo sarebbe opportuno evitare sia l’ottimismo eccessivo sia formule come “frantoi completamente pieni” utilizzate indistintamente per descrivere tutto il territorio nazionale.
Servono dati aggiornati mese dopo mese.
La fotografia decisiva sarà probabilmente quella di fine settembre, immediatamente prima dell’ingresso massiccio dell’olio della nuova campagna.
Chi deve sostenere il costo della crisi?
Infine esiste una domanda più scomoda.
Quando il mercato scende, una parte del rischio appartiene inevitabilmente all’attività imprenditoriale.
Chi conserva una merce aspettando un prezzo migliore assume anche il rischio che quel prezzo non arrivi.
Dall’altra parte, però, l’agricoltura italiana opera con costi di produzione, vincoli normativi, caratteristiche strutturali e frammentazione aziendale molto differenti rispetto ad alcuni grandi concorrenti internazionali.
Dove termina quindi il normale rischio d’impresa e dove inizia una crisi sistemica che giustifica l’intervento pubblico?
È probabilmente questo uno dei punti che il Governo dovrà valutare prima di riconoscere formalmente lo stato di crisi.
La crisi esiste, ma va definita correttamente
I dati indicano una situazione difficile.
Le giacenze di extravergine italiano sono molto più elevate rispetto allo scorso anno, i prezzi sono fortemente diminuiti e la nuova raccolta si avvicina mentre una parte consistente del capitale delle imprese è ancora immobilizzata.
Ma contemporaneamente le scorte stanno diminuendo e a luglio le vendite sono aumentate.
Questo suggerisce che la crisi non possa essere descritta semplicemente come una montagna di olio che nessuno vuole comprare.
Il punto centrale sembra piuttosto essere il prezzo al quale il mercato è disposto ad assorbire l’olio italiano e la distanza tra quel prezzo e quello necessario alle imprese per mantenere una redditività sostenibile.
Ed è proprio qui che la richiesta di Puglia e Calabria assume una dimensione nazionale.
Perché la domanda che accompagnerà la campagna 2026/27 non sarà soltanto:
quanto olio produrrà l’Italia?
Ma anche:
a quale prezzo potrà venderlo, quanto olio della vecchia campagna sarà ancora presente nei depositi e quale spazio di mercato resterà per il nuovo extravergine italiano?
Sono interrogativi ai quali i prossimi dati di Frantoio Italia e l’avvio della raccolta dovranno cominciare a dare una risposta.
Fonti
Regione Puglia – Commissione Politiche Agricole del 4 giugno 2026 e proposte sulla crisi del comparto olivicolo-oleario.
ANSA – richiesta dello stato di crisi da parte di Puglia e Calabria e allarme di Confagricoltura, Unapol e Assofrantoi.
ICQRF – Frantoio Italia, dati sulle giacenze nazionali; il MASAF pubblica mensilmente i report ufficiali.
Elaborazioni sui dati ICQRF al 31 luglio 2026 relative a giacenze nazionali e regionali.
