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Falso olio extravergine, sequestri 2026: oltre 100 tonnellate bloccate tra frodi e irregolarità

Olio di semi colorato e venduto come extravergine, olio vergine dichiarato EVO, olio lampante pronto per la commercializzazione e problemi di origine e tracciabilità. Nei primi mesi del 2026 diverse operazioni delle autorità italiane hanno riportato l’attenzione sulle frodi e sulle irregolarità nella filiera dell’olio di oliva.

Da Ravenna alla Sicilia, passando per Salerno, la Puglia e la Toscana, il 2026 è stato caratterizzato da una serie di importanti sequestri nel settore oleario.

Considerando soltanto alcuni dei principali casi documentati tra gennaio e luglio, sono stati bloccati almeno 109.880 chilogrammi di prodotti oleari, ai quali si aggiungono quasi 6.000 litri sequestrati in altre operazioni e ulteriori migliaia di litri rinvenuti nell’inchiesta di Palma di Montechiaro.

Ma i casi sono molto diversi tra loro. In alcuni si contesta la vendita come extravergine di un olio che era comunque olio di oliva, ma appartenente a una categoria inferiore. In altri casi, invece, le analisi avrebbero individuato olio di semi modificato con coloranti e commercializzato come olio extravergine di oliva.

I principali sequestri di olio del 2026

Data Luogo Quantità Contestazione o irregolarità
22 gennaio Ravenna oltre 3.800 litri Olio di semi di girasole con coloranti venduto come EVO
27-28 gennaio Palma di Montechiaro (AG) migliaia di litri Olio di semi con clorofilla/betacarotene secondo l’ipotesi investigativa
12 febbraio Salerno 18.100 kg Dichiarato EVO, risultato olio vergine; contestata anche l’origine
19 maggio Fasano (BR) 2.165 litri Olio con etichettatura/tracciabilità non conforme
1 giugno Augusta (SR) oltre 1.500 kg Dichiarato EVO, risultato olio vergine
2 luglio provincia di Firenze 30.000 kg Olio lampante di origine spagnola dichiarato extravergine
14 luglio Palermo 60.280 kg Olio tunisino dichiarato EVO, risultato vergine per difetto di rancido

Ravenna: 3.800 litri di olio di semi colorato venduto come extravergine

Uno dei casi più significativi è quello scoperto nel Ravennate il 22 gennaio 2026.

I Carabinieri hanno sequestrato oltre 3.800 litri di prodotto commercializzato come olio extravergine di oliva. Secondo le analisi eseguite dal laboratorio dell’ICQRF, il contenuto sarebbe stato invece olio di semi di girasole con aggiunta di coloranti.

Il prodotto veniva pubblicizzato anche attraverso i social network come olio extravergine pugliese, proposto a ristoratori, rivenditori e privati. Due persone sono state denunciate per frode nell’esercizio del commercio.

È importante sottolineare che questo caso è sostanzialmente diverso da quello di un olio vergine erroneamente venduto come extravergine: qui, secondo le analisi citate dagli investigatori, non si trattava neppure di olio di oliva.

Palma di Montechiaro: olio di semi, clorofilla e 24 indagati

Pochi giorni dopo, il 27 gennaio, un’altra importante operazione ha interessato Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento.

Secondo l’ipotesi investigativa, importanti quantitativi di sostanze oleose sarebbero stati trattati con betacarotene e clorofilla rameica e successivamente commercializzati come olio extravergine di oliva.

Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati migliaia di litri di olio di semi, quantitativi di clorofilla, materiale informatico e quasi mezzo milione di euro in contanti. Ventiquattro le persone coinvolte nell’indagine.

Il prodotto, secondo gli investigatori, sarebbe stato commercializzato non soltanto in Sicilia, ma anche sul territorio nazionale e all’estero. L’inchiesta è ancora soggetta all’accertamento giudiziario delle responsabilità.

Salerno: 18 tonnellate dichiarate extravergine, ma erano olio vergine

Il 12 febbraio 2026, nel porto commerciale di Salerno, Carabinieri Tutela Agroalimentare, Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane hanno sequestrato un container contenente 18.100 kg di olio, per un valore indicato di circa 80.000 euro.

Il prodotto era destinato al Canada ed era stato etichettato e fatturato come olio extravergine di oliva.

Le analisi hanno però stabilito che si trattava di olio di oliva vergine.

Non solo. Le confezioni riportavano un’origine UE, mentre gli accertamenti hanno ricondotto il prodotto a una miscela di oli UE ed extra-UE, circostanza per la quale è stata contestata anche una sanzione amministrativa di 4.000 euro.

Questo caso è particolarmente interessante perché il carico era stato individuato attraverso l’attivazione di un “profilo di rischio”: un esempio concreto di come i controlli sulla filiera non siano necessariamente casuali, ma possano concentrarsi sulle spedizioni considerate maggiormente a rischio.

Fasano: oltre 2.100 litri sequestrati per problemi di etichettatura e tracciabilità

Non tutti i sequestri riguardano necessariamente un olio adulterato o di categoria inferiore.

Il 19 maggio, la Guardia di Finanza ha sequestrato in uno stabilimento di imbottigliamento di Fasano 1.805 litri di olio extravergine di oliva e 360 litri di miscela di olio di oliva.

In questo caso il problema riguardava le etichette, che secondo la Guardia di Finanza erano prive delle indicazioni obbligatorie relative allo stabilimento di produzione e confezionamento.

Si tratta quindi di una fattispecie differente rispetto alle frodi qualitative: il sequestro era collegato agli obblighi di corretta informazione e tracciabilità del prodotto.

Augusta: 1,5 tonnellate dirette in Georgia, ma l’olio era vergine

Il 1° giugno 2026, al porto commerciale di Augusta, in provincia di Siracusa, Agenzia delle Dogane e Guardia di Finanza hanno sequestrato oltre 1.500 kg di olio destinato a Tbilisi, in Georgia.

Anche in questo caso il prodotto riportava l’indicazione “extravergine”, ma le analisi del laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane lo hanno classificato come olio di oliva vergine.

La spedizione è stata sequestrata e il titolare della società esportatrice è stato denunciato per le ipotesi di frode in commercio e vendita di prodotti con segni mendaci.

Ancora una volta l’intervento è nato da attività di analisi del rischio sulle rotte commerciali.

Toscana: 30 tonnellate di olio lampante spacciato per extravergine

Ancora più rilevante sotto il profilo qualitativo è il sequestro effettuato dall’ICQRF il 2 luglio 2026.

Alla fine di giugno era stato prelevato un campione di una partita di olio nel porto di Livorno. Le successive analisi hanno stabilito che il prodotto dichiarato come olio extravergine di oliva di origine spagnola era in realtà olio lampante.

Gli ispettori hanno quindi rintracciato la partita in uno stabilimento della provincia di Firenze, dove erano presenti 30.000 kg di prodotto pronti alla commercializzazione.

Il valore potenziale dell’operazione è stato indicato in oltre 240.000 euro.

La distinzione è fondamentale: l’olio lampante non è semplicemente un extravergine di qualità mediocre.

La Commissione europea precisa infatti che l’olio lampante è una categoria di olio vergine di qualità inferiore e non è destinato alla vendita al dettaglio come tale, ma deve normalmente essere raffinato o destinato a usi industriali.

Palermo: sequestrate 60 tonnellate di olio tunisino dichiarato extravergine

Il sequestro quantitativamente più rilevante tra quelli documentati negli ultimi mesi è avvenuto il 14 luglio 2026 al porto di Palermo.

ICQRF, Agenzia delle Dogane e Guardia di Finanza hanno bloccato 60.280 kg di olio d’oliva proveniente dalla Tunisia, destinato a un oleificio della provincia di Reggio Calabria.

L’olio era dichiarato extravergine, ma è stato classificato come olio di oliva vergine a causa della presenza del difetto organolettico di rancido.

Secondo le informazioni diffuse sul caso, la commercializzazione come extravergine avrebbe potuto generare un valore di circa 325.000 euro.

Va fatta qui una precisazione importante: dalle fonti consultate emerge una contestazione relativa alla categoria qualitativa dell’olio, extravergine anziché vergine. Non emerge invece, dalle stesse fonti, che l’olio tunisino fosse stato dichiarato italiano. Sarebbe quindi improprio trasformare questo caso in “olio tunisino spacciato per italiano” senza ulteriori elementi.

Extravergine, vergine e lampante non sono la stessa cosa

Una parte consistente delle frodi individuate nel 2026 ruota intorno a una parola apparentemente piccola: “extra”.

La normativa europea stabilisce caratteristiche precise.

Per l’olio extravergine di oliva, tra gli altri requisiti, l’acidità non deve superare lo 0,8%, la mediana dei difetti organolettici deve essere zero e deve essere presente il fruttato.

L’olio vergine può invece presentare alcuni difetti, entro i limiti previsti dalla normativa. L’olio lampante appartiene a una categoria ancora inferiore e non può essere semplicemente imbottigliato e venduto al consumatore come extravergine.

Il 16 luglio 2026, pochi giorni dopo il maxi sequestro di Palermo, il Masaf è inoltre intervenuto con una circolare sulla miscelazione degli oli, chiarendo che un prodotto ottenuto miscelando olio extravergine e olio vergine non può essere etichettato come olio extravergine di oliva.

Dai casi del 2026 emergono almeno tre diversi tipi di irregolarità

Mettere tutti i sequestri sotto l’etichetta generica di “falso olio” rischia quindi di creare confusione.

I casi documentati mostrano almeno tre fenomeni distinti.

Adulterazione o sostituzione del prodotto: è il caso più grave, nel quale un olio di semi viene modificato, ad esempio attraverso coloranti, e commercializzato come olio extravergine di oliva.

Falsa classificazione qualitativa: un vero olio d’oliva viene presentato come extravergine quando le analisi lo classificano come vergine o addirittura lampante.

Irregolarità sull’origine, sull’etichettatura o sulla tracciabilità: il prodotto può essere realmente olio di oliva e, in alcuni casi, anche extravergine, ma le informazioni fornite al consumatore o la documentazione non rispettano gli obblighi previsti.

Sono fenomeni differenti, ma hanno un elemento comune: alterano la trasparenza del mercato e possono creare una concorrenza sleale nei confronti degli operatori che producono, imbottigliano e commercializzano rispettando le regole.

I sequestri dimostrano anche che i controlli funzionano

L’elevato numero di operazioni non deve essere letto automaticamente come prova che tutto l’olio presente sul mercato sia a rischio.

I sequestri dimostrano anche l’esistenza di un sistema di controlli che coinvolge ICQRF, Guardia di Finanza, Carabinieri Tutela Agroalimentare e Agenzia delle Dogane, con analisi di laboratorio, controlli documentali e sistemi di selezione basati sul rischio.

Proprio alcuni dei casi del 2026 mostrano come una partita sospetta possa essere individuata in un porto, campionata, analizzata e successivamente rintracciata lungo la filiera prima che venga commercializzata.

Per il consumatore, quindi, la lezione non è quella di diffidare indistintamente di tutto l’olio in commercio, ma di comprendere quanto sia importante una filiera trasparente e quanto origine, categoria merceologica, tracciabilità e qualità reale del prodotto siano elementi distinti e verificabili.

E per i produttori corretti, ogni partita di falso extravergine fermata prima di raggiungere il mercato rappresenta anche una forma di tutela contro chi può vendere a prezzi artificialmente bassi un prodotto che extravergine, in realtà, non è.

Nota: i sequestri e le denunce citati riguardano procedimenti e attività di controllo. Salvo sentenze definitive, resta ferma la presunzione di innocenza delle persone sottoposte a indagine e l’accertamento definitivo delle responsabilità compete all’autorità giudiziaria.