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L’olivo nella letteratura. Pirandello: “I vecchi e i giovani”

I vecchi ei giovani

 Romanzo (1913)

( riportiamo i capitoli in cui  viene citato l’olivo o l’olio )

 

Coraggio, Titina!

Aveva già attraversato il tratto incassato nel taglio perpendicolare del lungo ciglione, su cui sorgono aerei e maestosi gli avanzi degli antichi templi akragantini, e dove un tempo si apriva la Porta Aurea dell’antichissima città scomparsa. Ora ranchettava giù per il pendìo che conduco alla vallata di Sant’Anna, per la quale scorre, intoppando qua e là, un fiumicello di povere acque: l’Hypsas antico, ora Drago, secco d’estate e cagione di malaria in tutte le terre prossime, per le trosce stagnanti tra gl’ispidi ciuffi del greto. Impetuoso e torbido per la grande acquata della notte scorsa, investiva laggiù, quella mattina, il basso ponticello uso, d’estate, ad accavalciare i ciottoli e la rena.

Veramente da quella triste contrada maledetta dai contadini, costretti a dimorarvi dalla necessità, macilenti, ingialliti, febbricitanti, pareva spirasse nello squallore dell’alba gelida un’angosciosa oppressione, di cui anche gli alberi fossero compenetrati: quei centenarii olivi stravolti, quei mandorli ischeletriti dalle prime ventate d’autunno.

— Che acqua, eh? — s’affrettava a dire capitan Sciaralla, imbattendosi lungo quel tratto nella gente di campagna o nei carrettieri che lo conoscevano, per prevenire beffe e ingiurie, e dava di sprone alla povera Titina.

Non a caso però, quel giorno, metteva innanzi la pioggia della notte scorsa. Trottando e guardando nel cielo la nera nuvolaglia sbrendolata e raminga, pensava proprio ad essa per trovarvi una scusa che gli quietasse la coscienza, avendo trasgredito a un ordine positivo ricevuto la sera avanti dal segretario del Principe: l’ordine di recare sul tamburo una lettera a don Cosmo Laurentano, fratello di don Ippolito, che viveva segregato anche lui nell’altro fèudo di Valsanìa, a circa quattro miglia da Colimbètra.

Sciaralla non se l’era sentita d’avventurarsi a quell’ora, con quel tempo da lupi fin laggiù; aveva pensato che Lisi Préola, il vecchio segretario, avendo una forca di figliuolo che aspirava a diventar capitano della guardia, non cercava di meglio che mandar lui Sciaralla all’altro mondo; che però forse quella lettera non richiedeva tale urgenza ch’egli rischiasse di rompersi il collo per una via scellerata, al bujo, sotto la pioggia furiosa, tra lampi e tuoni; e che infine avrebbe potuto aspettar l’alba e andare di nascosto, senza rinunziare per quella sera alla briscola nella casermuccia sul greppo dello Sperone, ove si riduceva coi tre compagni graduati a passar la notte, dandosi il cambio ogni tre ore nella guardia.

L’uscir di Colimbètra era sempre penoso per capitan Sciaralla, ma una vera spedizione allorchè doveva recarsi a Valsanìa. Qua gli toccava ogni volta d’affrontar paziente l’odio d’un vecchio energumeno, terrore di tutte le contrade circonvicine, chiamato Mauro Mortara, il quale, approfittando della dabbenaggine di don Cosmo, a cui certo i libracci di filosofia avevano sconcertato il cervello, vi stava da padrone, nè sopra di lui riconosceva altra signoria.

— Coraggio, coraggio, Titina! — sospirava pertanto Sciaralla, ogni qualvolta gli si presentava alla mente la figura di quel vecchio: basso di statura, un po’ curvo, senza giacca, con una pesante, ruvida camicia d’albagio di color violaceo a quadri rossi aperta sul petto irsuto, un enorme berretto villoso in capo, ch’egli da sè stesso s’era fatto dal cuojo d’un agnello, la cui concia col sudore gli aveva tinti di giallo i lunghi cernecchi e, ai lati, l’incolta barba bianca: comico e feroce, con due grosse pistole sempre alla cintola, anche di notte, poichè si buttava a dormir vestito su uno strapunto di paglia per poche ore soltanto: a settantasette anni sveglio ancora e robusto, più che un giovanotto di venti.

— E non morrà mail — sbuffava Sciaralla. — Sfido! Che gli manca? Dopo tant’anni è considerato come parte della famiglia anche da don Ippolito, che è tutto dire. Con don Cosmo per poco non si dànno del tu.

E ripensava, proseguendo la via, alle straordinarie avventure di quell’uomo che, al Quarantotto, aveva seguito nell’esilio a Malta il principe padre, don Gerlando Laurentano, il quale gli s’era affezionato fin quando, privato del grado di Gentiluomo di Camera, Chiave d’oro, per uno scandalo di corte a Napoli, s’era ritirato a Valsanìa, dove il Mortara era nato, figlio di poveri contadini, contadinotto anche lui, anzi guardiano di pecore, allora.

A un’avventura segnatamente, tra le tante, si fermava il pensiero di Placido Sciaralla: a quella che aveva procurato al Mortara il nomignolo di Monaco; avventura dei primi tempi, avanti al Quarantotto, quando a Valsanìa, attorno al vecchio Principe di Laurentano, acceso di vendetta e ora fervente promotore di libertà, si radunavano di nascosto, venendo da Girgenti, i caporioni del comitato rivoluzionario. Mauro Mortara faceva la guardia ai congiurati a piè de la villa. Ora una volta un frate francescano ebbe la cattiva ispirazione di avventurarsi fin là per la questua. Il Mortara lo prese subito, senz’altro, per una spia: lo afferrò, lo legò, lo tenne appeso a un albero, per tutto il giorno alla notte lo sciolse e mandò via; ma tanta era stata la paura, che il frate non potò riaversene e ne morì poco dopo.

Quest’avventura era più viva delle altre nella memoria di Sciaralla, non solo perchè in essa Mauro Mortara si mostrava, come a lui piaceva di crederlo, feroce, ma anche perchè l’albero, a cui il francescano era stato appeso, era ancora in piedi presso la villa, e Mauro non tralasciava mai d’indicarglielo, accompagnando il cenno con un muto ghigno e un lieve tentennar del capo, atteggiato il volto di schifo nel vedergli addosso quell’uniforme borbonica.

— Coraggio, coraggio, Titina!

Conveniva soffrirseli in pace gli sgarbi e i raffacci di quel vecchio. Il quale, sì, guai e rischi d’ogni sorta ne aveva toccati o affrontati in vita sua, senza fine; ma che fortuna, adesso, servire sotto don Cosmo, che non si curava di nulla mai, fuori di quei suoi libracci che lo tenevano tutto il giorno vagante come in un sogno pe’ viali di Valsanìa!

Che differenza tra il Principe suo padrone e questo don Cosmo! che differenza poi fra entrambi questi fratelli e la sorella donna Caterina Auriti, che viveva — vedova e povera — a Girgenti!

Da anni e anni tutti e tre erano in rotta tra loro.

Donna Caterina Laurentano aveva seguito lei sola le nuove idee del padre; e poi si diceva che, da giovinetta, aveva recato onta alla famiglia, fuggendo di casa con Stefano Auriti, morto poi nel Sessanta, garibaldino, nella battaglia di Milazzo, mentre combatteva accanto al Mortara e al figlio don Roberto, che ora viveva a Roma e che allora era ragazzo di appena dodici anni, il più piccolo dei Mille.

Figurarsi, dunque, se il Principe poteva andar d’accordo con questa sorella! Ma con Cosmo, intanto, perchè no? Questi, almeno apparentemente, non aveva mai parteggiato per alcuno. Ma forse non approvava la protesta del fratello maggiore contro il nuovo Governo. Chi aveva però ragione di loro due? Il padre, prima che liberale, era stato borbonico, Gentiluomo di Camera e Chiave d’oro: che meraviglia, dunque, se il figlio, stimando fedifrago il padre, s’era serbato fedele al passato Governo? Meritava anzi rispetto per tanta costanza: rispetto e venerazione; e non c’era nulla da ridire, se voleva che tutti sapessero com’egli la pensava, anche dal modo con cui vestiva i suoi dipendenti. Sissignori, sono borbonico! ho il coraggio delle mie opinioni! — Coraggio, Titina!

 

Nel regno dell’orco.

 

Superata l’erta dello stradone, appoggiato di là all’altro versante della vallata, Placido Sciaralla seguitava intanto a trotterellare su Titina per Valsanìa, immerso in nuove e più complicate considerazioni, dopo quelle notizie del Préola. A un certo punto, scrollò le spalle e si mise a guardare intorno.

Gli si svolgeva ora, a sinistra, la campagna lieta della vicinanza del mare, tutta a mandorli e a olivi. Era già in vista della Seta, casale d’una cinquantina d’abituri allineati su lo stradone, fondachi e taverne pei carrettieri, la maggior parte, da cui esalava un tanfo acuto e acre di mosto, un tepor grasso di letame, e botteghe di maniscalchi, di magnani, di carrai, con una stamberguccia in mezzo, ridotta a chiesuola per le funzioni sacre della domenica.

Per schivare la vista di quei borghigiani zotici che lo conoscevano tutti, Sciaralla imboccò un sentieruolo tra i campi e in breve s’internò nelle terre di Valsanìa.

Tranne il vigneto, cura appassionata e orgoglio di Mauro Mortara, e l’antico oliveto saraceno, il mandorleto e alcuni ettari di campo sativo e, giù nell’ampio burrone, l’agrumeto, che costituivano la parte di mezzo riservata a don Cosmo, tutto il resto era ceduto in piccoli lotti a mezzadrìa a poveri contadini, non dal principe don Ippolito direttamente, a cui anche quel fèudo apparteneva, ma da fittavoli di fittavoli, i quali, non contenti di vivere in città da signori su la fatica di quei poveri disgraziati, li vessavano, li dissanguavano con l’usura più spietata e con un raggiro intricato di patti angarici. L’usura si esercitava su la semente e su i soccorsi anticipati durante l’annata; l’angheria più iniqua, nei prelevamenti al tempo del raccolto. Dopo aver faticato un anno, il così detto mezzadro si vedeva portar via dall’aja a tumulo a tumulo quasi tutto il raccolto: i tumuli per la semente, i tumuli per la pastura e questo per la lampada e quello per il campiere e quest’altro per la Madonna Addolorata, e per San Francesco di Paola, e per San Calògero, insomma per quasi tutti i santi del calendario ecesiastico; sicchè talvolta, sì e no, gli restava il solame, cioè, quel po’ di grano misto alla paglia e alla polvere, che nella trebbiatura rimaneva su l’ajo.

Il sole s’era già levato, e capitan Sciaralla vedeva qua e là, nella distesa dello terre, sprazzar di luce qualche pozza d’acqua piovana o forse qualche piccolo rottame smaltato. Tutta la compagna vaporava, quasi un velo di brina vi tremolasse. Di tratto in tratto, qualche tugurio screpolato e affumicato, che i contadini chiamavano roba, stalla e casa insieme; e usciva da questo la moglie d’uno dei mezzadri per legare all’aperto il porchetto grufolante, e tre, quattro gallinelle la seguivano; innanzi alla porta rossigna e imporrita di quello, un’altra donna pettinava una ragazzetta che piagnucolava; mentre gli uomini, con vecchi aratri primitivi, tirati da una mula stecchita è da un lento asinello che si sfiancava nello sforzo, grattavano a mala pena la terra, dopo quella prim’acquata della notte.

Tutta questa povera gente, vedendo passare Sciaralla su la giumenta bianca, sospendeva il lavoro per salutarlo con riverenza, come se passasse il principe in persona. Capitan Sciaralla rispondeva pieno di dignità, recandosi la mano al berretto, militarmente, e accoglieva quelle dimostrazioni di rispetto come un anticipato compenso all’umiliazione che andava a patire da quella vecchia bestia feroce del Mortara. Una costernazione tuttavia gli guastava il piacere di quei saluti: tra breve, entrando nei dominii di colui, sarebbe stato assaltato dai cani, da quei tre mastini più feroci del padrone, il quale certo aveva loro insegnato a fargli ogni volta quell’accoglienza. E aveva un bel gridare Sciaralla, mentre quelli gli saltavano addosso, di qua e di là, fino all’altezza di Titina, che a sua volta traeva salti da montone, spaventata: Mauro o il curàtolo Vanni di Ninfa si presentavano col loro comodo a richiamarli, quando il malcapitato aveva già veduto più volte la morte con gli occhi.

Con quei tre mastini Mauro Mortara conversava proprio come se fossero creature ragionevoli. Diceva che gli uomini non san capire i cani; ma questi sì, gli, uomini. Il male è — diceva — che, poveretti, non ce lo sanno esprimere; e noi crediamo che non ci capiscano e non sentano.

Sciaralla però se lo spiegava altrimenti, il fenomeno. Quei cani intendevano così bene il padrone, perchè questo era più cane di loro. E gli parve d’averne una riprova quella mattina stessa.

Mauro stava innanzi a la villa; e i tre amiconi, vigili attorno, col muso per aria. Ebbene, all’arrivo di lui, questa volta, essi se ne stettero lì (uno, anzi, sbadigliò), quasi avessero compreso che il padrone avrebbe fatto ottimamente le loro veci.

— Che vuoi tu qua, a quest’ora, mal’ombra? — gli disse infatti Mauro, tirandosi giù dal capo il cappuccio del ruvido cappotto, in cui era avvolto, e scoprendo la testa oppressa dall’enorme berretto villoso.

Quand’era prossima la vendemmia, Mauro Mortara non dormiva più, le notti: stava a guardia della vigna, passeggiando poi lunghi filari, insieme coi tre mastini. Porse se n’era stato all’aperto anche con quella notte da lupi: n’era ben capace!

Sciaralla lo salutò umilmente, poi, indicando i cani, domandò:

— Posso scavalcare?

— Scavalca, — borbottò Mauro. — Che porti?

— Una lettera per don Cosmo, — rispose Sciaralla, smontando dalla giumenta.

E mentre si cercava nella tasca interna del cappotto, si sentiva addosso gli occhi di Mauro pieni d’ira e di scherno.

— Eccola. La manda Sua Eccellenza di gran fretta.

— Sta’ qui, — gl’intimò Mauro, prendendo la lettera. — E bada di non lasciare la giumenta.

Sciaralla sapeva che gli era proibito di salire a la villa, come se, con la sua uniforme, potesse sconsacrare quel vecchiume, quella rozza cascinaccia d’un sol piano: lui che veniva dagli splendori di Colimbètra, dove uno si poteva specchiare anche nei muri!

La proibizione non partiva certo da don Cosmo, ma dal Mortara stesso, il quale gli vietava financo di legare la giumenta a gli anelli confitti nell’aggetto della rustica scala a collo. Doveva tener le briglie in mano e star lì in piedi, all’aperto, ad aspettare, quasi fosse venuto per l’elemosina.

Appena Mauro si mosse, i tre cani s’accostarono pian piano a capitan Sciaralla e cominciarono a fiutarlo. Il poveretto, fermo e con l’anima sospesa, alzò gli occhi al Mortara che saliva la scala.

— Non vi sporcate il muso con codesti calzoni! — disse Mauro, dopo aver chiamato a sè i cani; e soggiunse, rivolto a Sciaralla: — Adesso ti mando un sorso di caffè, per farti rimettere dalla paura.

Pervenuto al pianerottolo, fece per bussare al modo convenuto, battendo cioè tre volte il saliscendi sul dente del nasello interno; ma, appena alzato il saliscendi, la porta sì aprì, e Mauro entrò esclamando:

— Aperta? Di nuovo aperta? L’avete aperta voi? — soggiunse poi dietro l’uscio della cucina, da cui per un istante s’era mostrata la testa incuffiata di donna Sara Alàimo, la casiera (cameriera, no!) di Valsanìa.

— Io? — gridò dall’interno donna Sara. — Mi alzo adesso, io!

E, sentendo che Mauro si allontanava, fece le corna con una mano e le scosse più volte in un gesto di dispetto.

Cameriera, no — lei: eh perbacco! nè di lui, nè di nessuno, lì. Aveva la ventola in mano, è vero; stava ad accendere il fuoco in cucina, ma era vera signora, di nascita e d’educazione, lei; lontana parente di Stefano Auriti, cognato dei Laurentano, e perciò, via, se vogliamo, parte della famiglia anche lei.

Stava lì a Valsanìa da molti anni a badare a don Cosmo, che forse non avrebbe mai sentito alcun bisogno di lei, se la sorella donna Caterina non gliel’avesse mandata da Girgenti, dove da vera signora, la poveretta, si moriva dignitosamente di fame.

A Valsanìa le giornate le passavano a strisciar la groppa a due gatti, debitamente castrati, che le andavano sempre dappresso a coda ritta; a dir corone di quindici poste, a labbreggiar senza fine altre preghiere; ma, a starla a sentire, tutto andava bene, solo perchè c’era lei; senza lei, addio ogni cosa! Se le messi imbiondivano, se gli alberi fruttificavano, se veniva a tempo la pioggia…. Insomma si dava l’aria di governare il mondo.

Mauro non la poteva soffrire. E donna Sara in questo lo contraccambiava cordialmente; anzi nulla le riusciva più penoso che il dovere apparecchiar la tavola anche per lui, poichè don Cosmo pur troppo s’era ridotto fino a tal punto, fino a dar quest’onore a un figlio di contadini e quasi contadino zappaterra anche lui; sissignori…. mentre lei, donna Sara, vera signora di nascita e d’educazione, lì, in cucina, lei, e obbligata a servirlo!

S’affacciò alla finestra e, vedendo giù Capitan Sciaralla, emise un profondo sospiro con un breve lamento nella gola:

— Ah, Placidino, Placidino! Offriamolo al Signore in penitenza dei nostri peccati….

Intanto Mauro era entrato nello stanzino da bagno di don Cosmo.

Tutto era vecchio e rustico in quell’antica villa abbandonata: fessi e sbocconcellati i rozzi mattoni di terracotta; le pareti e i soffitti, anneriti; le imposte e i mobili, stinti e corrosi; e tatto era impregnato come d’un tanfo di granaglie secche, di paglia bruciata, d’erbe appassite nell’afa delle terre assolate.

Nello stanzino da bagno, don Cosmo, in mutande a maglia, nudo il torso peloso, nudi i piedi nelle vecchie ciabatte, si preparava alla consueta abluzione, con una dozzina di spugne, grandi e piccole, disposte sul lavabo. Si lavava tutto, ogni mattina, anche d’inverno, con l’acqua diaccia; e questa era l’unica delizia della sua vita: solennissima pazzia, invece, per Mauro che, sì e no, ogni mattina si lavava “la semplice maschera„, com’egli diceva, per significare la sola faccia.

— Avete dormito di nuovo con la porta aperta?

— Sì? — fece don Cosmo, come ne fosse stupito; e aggiunse, grattandosi la corta barba grigia, ricciuta: — Guarda! guarda!

— Mai, ah? gli occhi li aprirete mai? — incalzò Mauro. — Non lo dico io? Il bamboccetto! L’ajo, la bàlia gli dobbiamo dare…. Santissimo Dio, che cristiano siete? Non lo avete letto il giornale di jeri? Di quei lacci di forca che, con la scusa della fame, vogliono mandare a gambe all’aria tutto quello che abbiamo fatto noi, a costo del sangue nostro? Assassini!

Don Cosmo, tra i gesticolamenti furiosi di Mauro, non si era accorto della lettera, che questi teneva in mano, e quietamente aveva cominciato a insaponarsi il capo calvo e lucidissimo. Stizzito da quella calma, Mauro seguitò:

— E se tutti fossero corno voi…. Ma ci sono pure io, qua, corpo di Dio! Vecchio come sono, con me avrebbero da vedersela ancora! con me, capite? con me!

— Dunque, — disse piano don Cosmo, voltandosi, — posso anche dormire con la porta aperta.

I giornali, a Valsanìa, capitavano di tanto in tanto, già destinati al loro umile e forse più utile uso d’involti. Mauro se li rimetteva in sesto amorosamente, ci passava sopra le mani più volte per appianarne le brancicature e gli strambelli; e, vincendo con una pazienza da certosino l’enorme stento della lettura (giacchè da sè assai tardi aveva imparato a compitare appena), se ne pascolava per intere settimane, cacciandoseli a memoria dal primo all’ultimo rigo.

Eran tutte notizie nuove per lui, echi sperduti colà della vita del mondo.

Nell’ultimo giornale, venutogli così per caso tra mano, aveva letto, il giorno avanti, di uno sciopero di solfarai in un paese della provincia e della costituzione di essi in “Fascio di Lavoratori„.

— Rivendicazione del proletariato!

Uhm! Si era fatte spiegare da don Cosmo queste due parole per lui sibilline, e tutta la notte, chiuso nel boriceo sotto l’acqua furiosa, aveva ruminato e ruminato, sbuffante di sacro sdegno contro quei nemici della patria.

Non degnò di risposta le ultime parole di don Cosmo, il quale anche per lui non doveva avere la testa a segno, e gli porse la lettera di don Ippolito.

— L’ha portata uno dei suoi pagliacci: Sciarallino il capitano.

— Per me? — domandò don Cosmo meravigliato, tenendo l’acqua nelle mani giunte. — Mi scrive Ippolito? Oh che miracolo…. Apri, leggi: ho le mani bagnate….

— Asciugatevele! — gli disse Mauro, brusco. — Negli affari di vostro fratello sapete che non voglio immischiarmici. Ma non pare la sua scrittura.

— Ah, Préola, — osservò don Cosmo, guardando la busta.

La lettera era scritta dal segretario sotto dettatura e firmata da don Ippolito. Leggendola, don Cosmo alle prime righe aggrottò le ciglia, poi sciolse man mano la tensione della fronte e degli occhi in uno stupor doloroso; abbassò le pàlpebre; abbassò la mano con la lettera.

— Ah, poveretto…. Dunque è vero….

— Che è? — brontolò Mauro, stizzito della sua curiosità.

— Si rovina…. si rovina…. — esclamò don Cosmo. — Se dà questo passo, non c’è più rimedio…. si rovina….

— Ditemi che cos’è, santo diavolo! — ripetè Mauro, vieppiù stizzito.

Ma don Cosmo stette a guardarlo un pezzo, tentennando il capo, come se avesse dinanzi il fratello e lo commiserasse amaramente.

— Mi domanda la villa, — poi rispose, lasciandosi cadere a una a una le parole dalle labbra, — la villa, per Flaminio Salvo.

— Qua? — domandò Mauro con un soprassalto, quasi don Cosmo gli avesse dato un pugno in faccia.

— Qua? — ripetè, tirandosi indietro. — A Flaminio Salvo, la villa del Generale Laurentano?

Ma don Cosmo non s’infuriava come Mauro per l’immaginaria profanazione de la villa: era sì oppresso di doloroso stupore per ciò che significava quell’ospitalità offerta al Salvo dal fratello. Pochi giorni addietro, un amico, Leonardo Costa, che veniva qualche volta a trovarlo dal vicino borgo di mare, gli aveva riferito la voce che correva a Girgenti d’un prossimo matrimonio di don Ippolito con la sorella nubile, zitellona, del Salvo. Don Cosmo non aveva voluto crederci: suo fratello Ippolito aveva due anni più di lui, sessantacinque; da dieci era vedovo e s’era mostrato sempre inconsolabile, pur nella sua compostezza, della morte della moglie, santa donna…. Impossibile! — Eppure….

— Gli risponderete di no? — disse Mauro minaccioso, dopo avere atteso un momento.

Don Cosmo aprì le braccia e sospirò, con gli occhi chiusi:

— Sarebbe inutile! E poi, del resto….

— Come! — lo interruppe Mauro. — Il Salvo, quell’usurajo baciapile, qua? Ma me ne vado io, allora! E non vi ricordate, perdio, che suo padre andò ad assistere al Te Deum quando vostro padre fu mandato in esilio? E lui, lui stesso giovanotto, non insegnò alla sbirraglia borbonica la casa dove s’era nascosto don Stefano Auriti con vostra sorella quando i nobili di Palermo recarono a Satriano in Caltanissetta le chiavi della città? Ve le siete scordate, voi, queste cose? Io le ho tutte qua in mente come in un libro stampato! Fatelo venire a Valsanìa, ora, se n’avete il coraggio! Ma la stanza del Generale, no! quella, no! La chiave del camerone la tengo io! Là non metterà piede, o l’ammazzo, parola di Mauro Mortara!

Don Cosmo non si scosse, nè si scompose affatto dal penoso attonimento, a quella lunga sfuriata. Parecchie volte era stato sul punto di for intendere a Mauro, che a Gerlando Laurentano suo padre non era mai passata per il capo l’idea dell’unità italiana e che il Parlamento siciliano del 1848, nel quale suo padre era stato per alcuni mesi Ministro della guerra non aveva mai proposto nè confederazione italiana nè annessione all’Italia, ma un chiuso regno di Sicilia, con un re di Sicilia e basta. Questa l’aspirazione di tutti i buoni vecchi Siciliani; la quale se di qualche punto, all’ultimo, s’era spinta più là non era stato mai oltre una specie di federazione, in cui ciascun singolo stato, però, conservasse la propria libertà e la propria autonomia. Ma non glien’aveva detto mai nulla; nè pensò di dirglielo adesso; e lascio che Mauro, sbuffando e vibrando di sdegno gli voltasse le spalle e andasse a rinchiudersi in quella stanza del Principe padre, sacra per lui quanto la patria stessa, primo covo della libertà e ora quasi tempio di essa!

Giù, intanto, innanzi a la villa, il povero Sciaralla stava ad aspettare ancora il caffè promesso: magari un sorso, e una bella fiammata per stirizzirsi…. Aspetta, aspetta: se ne scordò anche lui e cominciò a sentirsi tra le spine per il ritardo della risposta. Avrebbe dovuto averla con sè dalla sera avanti, se avesse obbedito al Préola. Pensava che a quell’ora il Principe a Colimbètra s’era forse levato e domandava al segretario quella risposta. E lui, ecco, era ancora là, ad aspettarla! Ma ci voleva tanto a legger la lettera e a buttar giù due righi di risposta? O che il Mortara, a bella posta, non l’avesse ancora data a don Cosmo?

E capitan Sciaralla sbuffava; se la prendeva, ora, con Titina, che non stava ferma un momento, tormentata dalle mosche.

— Quieta! Quieta! Quieta!

Tre strattoni di briglia. Titina chiuse gli occhi lagrimosi con tanta pena rassegnata, che Sciaralla subito si pentì dello sgarbo.

— Hai ragione, poveretta! Non hanno dato neanche a te una manata di paglia….

E lasciò andare un lungo sospirone.

Finalmente don Cosmo s’affacciò a una finestra de la villa. Al rumore delle imposte, Sciaralla si voltò di scatto. Ma don Cosmo si mostrò meravigliato di vederlo ancora lì.

— Oh, Placido! E che fai?

— Ma come. Eccellenza! la risposta! — gemette il Capitano, giungendo le mani.

Don Cosmo aggrottò le ciglia.

— C’è bisogno della risposta?

— Come! — ripetè Sciaralla, esasperato. — So sto qui da un’ora ad aspettarla!

Ecco, ecco appunto! Quel vecchio boja non glien’aveva detto nulla!

— Hai ragione, sì, aspetta, figliuolo, — gli disse don Cosmo, ritirandosi dalla finestra.

Pensò che il fratello stava attento anche alle minime formalità (minchionerie, le chiamava lui), e che avrebbe considerato come un affronto o un grave sgarbo per lo meno, non aver risposta; prese dunque un umile foglietto di carta ingiallito; intinse la penna tutta aggrumata in una bottiglina d’inchiostro rugginoso e, in piedi, lì sul piano di marmo del cassettone, si mise a ponzar la risposta, che in fine, dopo molto stento, gli uscì in questi termini:

Da Valsanìa li 22 di settembre del 1892.

 

Caro mio Ippolito,

Tu forse non sai in quali miserevoli condizioni sia ridotta questa abbandonata stambergaccia, dove io solamente posso abitare, che mi considero già fuori di questo mondaccio, e non me ne lagno! Se tu stimi, ciò non per tanto, che non si possa fare di meno, che ci vengano a rusticare li Salvo; abbi, ti prego, l’avvertenza di prevenirli che qua difettiamo di tutto, e che però seco loro si portino tutte quelle masserizie di casa et ogn’altra suppellettile, di cui reputino aver bisogno.

Altro vorrei dirti e direi, se vano non mi paresse lo sperare, che potesse tornare al pro la mia ragione. Onde, senz’altro, caramente ti abbraccio.

Cosmo.

 

Chiuse la lettera, sbuffando, e si recò di nuovo alla finestra. Capitan Sciaralla accorso, si levò il berretto e vi accolse la lettera.

— Bacio le mani a Vostra Eccellenza!

Un salto, e in sella.

— Di volo, Titina!

Bau! bau! bau! — i tre mastini, svegliati di soprassalto, gli corsero dietro un lungo tratto, per dargli a modo loro l’addio.

Don Cosmo rimase alla finestra: seguì con gli occhi il galoppo di capitan Sciaralla fino alla svoltata del viale; poi, il ritorno ringhioso e sbuffante dei tre mastini, dopo la vana corsa e il vano abbajare. Quando le tre bestie alla fine si buttarono di nuovo a terra, presso la scala, e allungarono il muso su le zampe anteriori, e chiusero gli occhi per rimettersi a dormire, egli, mirandole, scrollò lievemente il capo, e sorrise udendo nel silenzio vicino una di esse sospirare profondamente. Innanzi a questo loro ricomporsi al sonno e a questo sospiro, non gli sembraron più vani nè l’abbajare nè la corsa di poc’anzi. Ecco: le tre bestie avevano protestato contro la venuta di quell’uomo, il quale aveva loro interrotto il sonno; ora che credevano di averlo cacciato via, tornavano saggiamente a dormire.

— Perchè è saggezza del cane, — pensò, sospirando a sua volta profondamente, don Cosmo, — quand’abbia mangiato e atteso agli altri bisogni del corpo, lasciare che il tempo gli passi dormendo.

Guardò gli alberi, innanzi a la villa: gli parvero anch’essi assorti in un sogno senza fine, da cui invano la luce del giorno, invano l’aria, smovendo loro le frondi, tentassero di scuoterli. Da un pezzo ormai, nel fruscìo lungo e lieve delle frondi al vento, egli sentiva, come da un’infinita lontananza, la vanità di tutto e il tedio angoscioso della vita.