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L’olivo nella letteratura. Sciascia: la sua visione dell’olivo e l’utilizzo dell’olio in cucina

L’olivo saraceno è una pianta che sembra sfuggire alle regole ordinarie della crescita: invece di slanciarsi verso l’alto, come se cercasse il cielo, si piega verso il suolo, si torce, si avvolge su sé stessa. È una presenza che pare strisciare più che innalzarsi, come se volesse restare vicina alla terra che la nutre. Questa sua forma antica e inusuale lo rende non solo un albero, ma un simbolo potente del luogo in cui vive: il custode silenzioso della memoria di una terra. Leonardo Sciascia lo intuì chiaramente, riconoscendo nell’olivo saraceno un emblema della Memoria, quella con la maiuscola, radicata nella storia e nell’immaginazione.

È qui che affiora una dimensione utopica: l’olivo saraceno come immagine e al tempo stesso metafora della Sicilia, la stessa terra in cui affondano le origini di Luigi Pirandello. Sciascia gli ha dedicato un saggio ricco di sfumature e suggestioni, proponendo una lettura che avvicina la natura alla poesia, la storia al mito. Scrive infatti:

«Nella visione di Pirandello morente l’olivo saraceno era, memoria e fantasia, una sintesi: un approdo, un ritorno del mito della poesia a quel “luogo della metamorfosi” in cui poteva ridiventare realtà.»

Questa interpretazione fa dell’olivo saraceno non solo un albero secolare, ma un punto d’incontro tra ciò che Pirandello aveva immaginato e ciò che la terra effettivamente custodisce: un luogo in cui la metamorfosi — tema centrale nella sua opera — torna ad assumere corpo e senso.

Sciascia descrive l’albero con uno sguardo insieme realistico e visionario, mettendo in luce il suo tratto più riconoscibile e drammatico: un tronco contorto, segnato da solchi scuri e profonde ferite, come un organismo che ha attraversato secoli di intemperie e sopravvivenza. Lo definisce:

“dal tronco contorto, attorcigliato, di oscure crepe; come torturato, e par quasi di sentirne il gemito. Annoso, antico: e si crede siano stati appunto i saraceni a piantarlo, ad affoltirne la valle tra l’Agrigento di oggi ed il mare”.

In questa immagine, l’olivo saraceno non è soltanto un albero millenario, ma la testimonianza vivente di una storia che attraversa epoche e dominazioni, un essere che sembra portare nel suo legno la voce di chi lo ha piantato e di chi lo ha visto crescere. È un simbolo resistente, quasi un archivio naturale, nel quale la Sicilia continua a riconoscersi: terra di radici profonde, di metamorfosi incessanti e di una memoria che non smette mai di parlare.

Ne “Il giorno della civetta” (1961) Sciascia parla della regione interna della Sicilia con campi di ulivi come sfondo sociale e morale.

Ne “Le parrocchie di Regalpetra” (1956) fa un’nalisi del mondo contadino: si parla della raccolta delle olive, del frantoio, dell’olio come moneta di scambio.

In altri Interventi civili e saggi, parla dell’ulivo come simbolo di resistenza e mediterraneità.

Sciascia nel 1962 scrive anche alcune pagine per un’opera culinaria, “L’Apollo Bongustaio, l’Almanacco gastronomico” curato dal suo amico poeta Mario Dell’Arco:

“L’arancina vuole l’olio d’oliva: di quello coi suoi buoni gradi di acidità, col vivo sapore dell’oliva, di brillante e denso colore… Perché l’arancina deve avere croccante crosta, appunto del colore dell’arancia che comincia ad appassire: e per ottenerla bisogna sia immersa completamente nell’olio bollente, e tirata al punto giusto”…

“La quantità dell’olio, e per conseguenza la grandezza della padella (padella, non tegame: e su allegra brace di legna), consente che l’arancina vada dalla grandezza dell’arancia a quella del melone: e bisogna badare a non friggerne molte con lo stesso olio, ché prendono se no scuro colore e gusto più acre, da pizzicare la gola. Sembrano semplici da farsi: del riso impastato con uova e pecorino, un ripieno di tritato e cipolla in soffritto, la modellatura di una palla; e prima di gettarle nella padella una passata nell’uovo battuto e poi nel pane grattugiato. E invece richiedono un dosaggio un’attenzione una spesa da non credersi”.

Lo scrittore di Racalmuto un po’ se la prende con le arancine fatte male: “coni biancastri e molli che sembrano fritti nel sego o comunque dentro un olio che con l’olivo non ha né parentela né affinità”.