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Cisgiordania, la guerra degli ulivi: militari israeliani sradicano gli ulivi prima della raccolta

Dagli sradicamenti di Arraba alle difficoltà degli agricoltori di Deir Ammar: alberi danneggiati, accesso ai campi e raccolta delle olive al centro delle tensioni in Cisgiordania.

Bulldozer che avanzano tra gli oliveti e alberi, alcuni dei quali descritti dai proprietari come secolari, divelti dal terreno a poche settimane dalla raccolta.

Le immagini girate ad Arraba, nei pressi di Jenin, il 2 settembre 2026, mostrano mezzi pesanti israeliani impegnati nello sradicamento degli ulivi. Secondo le autorità israeliane, gli interventi nell’area rispondono a esigenze di sicurezza legate alle strade e ai movimenti nella zona.

Dietro quelle immagini c’è però anche una questione strettamente agricola: la perdita di un ulivo adulto non rappresenta soltanto la distruzione di una pianta e del raccolto dell’anno in corso, ma l’interruzione di una capacità produttiva costruita nell’arco di decenni.

Arraba, Cisgiordania, 2 settembre 2026. Militari israeliani e mezzi pesanti durante le operazioni di sradicamento degli ulivi.
Fonte: Anadolu Agency via Reuters.

Gli interventi ad Arraba

Gli interventi nell’area di Arraba erano iniziati già all’inizio di settembre.

Materiale diffuso attraverso Reuters Connect mostra mezzi pesanti israeliani intenti a sradicare ulivi nell’area il 2 settembre. Secondo Anadolu Agency, le operazioni hanno interessato circa 223 dunam di terreno, equivalenti a circa 22 ettari, lungo la strada che collega Arraba e Ya’bad. Secondo le testimonianze raccolte dall’agenzia, alcuni proprietari avevano chiesto di rimandare gli interventi fino alla conclusione della raccolta delle olive.

Le autorità israeliane hanno indicato motivazioni legate alla sicurezza stradale e alla protezione dei movimenti nell’area. I proprietari palestinesi sostengono invece che gli interventi compromettano terreni agricoli che rappresentano per molte famiglie una fonte di reddito.

Le due letture devono essere tenute distinte: le esigenze di sicurezza costituiscono la motivazione ufficiale degli interventi, mentre le conseguenze economiche sugli agricoltori derivano materialmente dalla perdita degli alberi e dalle limitazioni all’accesso ai terreni.

Deir Ammar: quando il problema diventa anche riuscire a raccogliere

Le conseguenze delle tensioni sugli oliveti non si limitano agli alberi abbattuti o danneggiati.

Un filmato realizzato il 18 novembre 2025 a Deir Ammar, a ovest di Ramallah, durante la stagione della raccolta, mostra agricoltori palestinesi che cercano di raggiungere i propri oliveti in presenza di militari israeliani e coloni.

Nel servizio, alcuni abitanti sostengono di essere stati ostacolati nell’accesso ai terreni e denunciano aggressioni, utilizzo di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Le dichiarazioni appartengono agli intervistati e alla fonte che ha realizzato il filmato e devono quindi essere considerate come tali.

Le immagini mostrano comunque uno degli aspetti più delicati della crisi dell’olivicoltura in Cisgiordania: possedere gli alberi non significa necessariamente riuscire a raggiungerli nel momento della raccolta.

Nel filmato sono visibili anche ulivi con rami spezzati e alberi danneggiati, mentre gli agricoltori raccontano delle difficoltà incontrate nel raggiungere alcune aree.

La stessa Deir Ammar si trova inoltre in un’area nella quale negli ultimi anni sono aumentate le limitazioni alla mobilità e gli episodi di violenza. OCHA ha documentato oltre 60 attacchi di coloni che hanno interessato Deir Ammar, Beitillu, Jammala e la vicina comunità di Ein Ayoub dall’inizio del 2024 fino all’estate 2026.

Per un’azienda olivicola, impedire o ritardare l’accesso ai campi durante la raccolta può avere conseguenze immediate: olive che rimangono sull’albero, peggioramento della qualità del frutto, riduzione della produzione di olio e perdita del reddito di un’intera campagna.

Oltre 6.700 ulivi nei primi cinque mesi del 2026 secondo l’autorità palestinese

Il fenomeno non riguarda soltanto Arraba.

Secondo i dati della Colonisation and Wall Resistance Commission, organismo palestinese, nei primi cinque mesi del 2026 sarebbero stati abbattuti, danneggiati o sradicati oltre 10.000 alberi, dei quali circa 6.700 ulivi.

Si tratta di dati provenienti da un organismo palestinese e devono quindi essere attribuiti alla fonte: le cifre sono state riprese anche nel servizio pubblicato da Repubblica.

Parallelamente, le Nazioni Unite documentano un deterioramento delle condizioni nelle aree agricole della Cisgiordania, dovuto sia alle restrizioni di accesso sia alle violenze e ai danneggiamenti attribuiti ai coloni israeliani.

L’OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, nel rapporto del 18 settembre 2026 segnala infatti particolari timori proprio in vista della nuova raccolta delle olive.

Una raccolta 2026 che parte in condizioni difficili

La raccolta delle olive rappresenta uno dei momenti economicamente più importanti dell’anno per numerose comunità rurali palestinesi.

Il problema non riguarda solamente gli alberi direttamente abbattuti.

Per produrre regolarmente un oliveto deve essere raggiungibile durante tutto l’anno: occorre effettuare potature, lavorazioni, concimazioni, controllo delle infestanti, difesa fitosanitaria e, infine, raccolta.

Le limitazioni di accesso ai terreni possono quindi determinare una perdita produttiva anche quando gli alberi rimangono fisicamente in piedi.

Secondo OCHA, ad aprile 2026 circa 98 comunità palestinesi in nove governatorati dovevano ricorrere a procedure di “prior coordination” con le autorità militari israeliane per accedere ad alcuni terreni agricoli situati nelle vicinanze degli insediamenti. Per numerosi terreni collocati tra la barriera e la Green Line sono inoltre necessari permessi specifici e molti dei cancelli agricoli rimangono chiusi per gran parte dell’anno.

È un elemento particolarmente rilevante in olivicoltura perché la gestione dell’oliveto non può essere limitata ai soli giorni della raccolta.

Nel 2025 danneggiati più di 6.000 alberi durante la stagione olivicola

I dati delle Nazioni Unite permettono di comprendere le dimensioni del problema anche senza ricorrere alle stime delle autorità palestinesi.

Durante la raccolta 2025, tra il 1° ottobre e il 30 novembre, OCHA ha registrato 185 attacchi di coloni israeliani in 70 comunità palestinesi.

Nello stesso periodo oltre 6.000 alberi e giovani piante sono stati vandalizzati.

Per confronto, negli anni dal 2021 al 2023 il numero degli episodi registrati nello stesso periodo oscillava tra 40 e 99.

È importante distinguere questi episodi dagli abbattimenti effettuati direttamente dalle forze armate israeliane per dichiarate esigenze di sicurezza: si tratta di fenomeni differenti, anche se entrambi possono incidere sulla capacità degli agricoltori di coltivare e raccogliere le olive.

Non si perde soltanto la produzione di un anno

Dal punto di vista agronomico, distruggere un oliveto adulto produce conseguenze molto diverse rispetto alla perdita di una coltura annuale.

Un cereale può essere riseminato l’anno successivo.

Un ulivo richiede invece anni prima di raggiungere una produzione economicamente significativa e molti più anni per sviluppare la struttura e la produttività di un esemplare adulto.

Quando viene eliminata una pianta di alcune decine di anni — e a maggior ragione quando si tratta di esemplari molto più vecchi — non vengono quindi perse soltanto le olive della campagna in corso.

Viene compromessa una capacità produttiva costruita attraverso anni di lavoro.

Alle perdite dirette si aggiungono quelle indirette: mancato reddito, necessità di nuovi impianti, anni di attesa prima dell’entrata in produzione e possibile abbandono dei terreni quando continuare a coltivarli diventa troppo rischioso o economicamente insostenibile.

L’olio è un elemento dell’economia rurale palestinese

La coltivazione dell’olivo ha storicamente un peso rilevante nell’agricoltura palestinese.

Secondo precedenti rilevazioni delle Nazioni Unite, tra 80.000 e 100.000 famiglie hanno fatto affidamento sull’olivicoltura e sull’olio come fonte primaria o secondaria di reddito. La filiera comprende non soltanto l’olio di oliva, ma anche olive da tavola, conserve e produzione di sapone.

Sono dati storici, che non descrivono necessariamente l’attuale dimensione economica del settore, ma aiutano a comprenderne il radicamento nella società rurale palestinese.

L’ulivo svolge infatti contemporaneamente una funzione produttiva, patrimoniale e culturale.

Un oliveto può passare da una generazione all’altra e rappresentare contemporaneamente terra, reddito, riserva alimentare e patrimonio familiare.

Per questo lo sradicamento degli alberi assume conseguenze che vanno ben oltre il valore commerciale del legname o delle olive che non verranno raccolte.

Gli episodi continuano alla vigilia della raccolta

Le operazioni documentate ad Arraba non sono rimaste un episodio isolato.

Il 23 settembre 2026, Reuters ha documentato nuovi sradicamenti di ulivi nei pressi di Deir Nizam, vicino Ramallah, ancora una volta alla vigilia della raccolta annuale.

E il 24 settembre sono state diffuse immagini relative allo sradicamento di circa 400 ulivi su 31 dunam di terreno nella zona di Beit Rima, sempre nei pressi di Ramallah, secondo quanto riportato da Anadolu Agency tramite Reuters Connect.

La campagna olivicola 2026 si apre dunque in un contesto nel quale la possibilità stessa di raggiungere, coltivare e raccogliere alcuni oliveti è diventata parte della più ampia tensione che attraversa la Cisgiordania.

Un ulivo è molto più di un albero

Per chi conosce l’olivicoltura mediterranea, le immagini degli alberi sradicati hanno un significato immediato.

Un olivo adulto è il risultato di anni di cure. Un olivo secolare rappresenta il lavoro di generazioni.

Qualunque sia il contesto politico e militare nel quale avviene la sua distruzione, dal punto di vista agricolo la conseguenza è misurabile: meno superficie produttiva, meno olive, meno olio e una perdita di reddito che può continuare per molti anni.

La vicenda della Cisgiordania mostra così quanto una coltura apparentemente semplice possa trovarsi al centro di questioni molto più ampie.

In una terra in cui l’olivo accompagna da secoli l’economia rurale, la raccolta non rappresenta soltanto l’inizio di una nuova campagna olearia.

Per migliaia di agricoltori significa poter continuare — o meno — a vivere della propria terra.

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